Associazione Massimo Urbani

FRANCESCO DI GIOVANNI

ROMA 2007

L’ ASSOCIAZIONE DEI MUSICISTI COME RISORSA DELLA COLLETTIVITA'

Il futuro dei musicisti

Massimo Urbani, jazzista italiano assai prematuramente scomparso alcuni anni fa, al di là del valore artistico, che tutti ampiamente gli riconosciamo, rappresenta una condizione umana di sofferenza solo in parte stemperata da quel successo personale che la musica ha portato nella sua vita. Come tutti i jazzisti non entrati a far parte dello star system o semplicemente di quello che in Italia siamo soliti chiamare mondo dei vip, il suo successo è stato prevalentemente fra gli “addetti ai lavori”, colleghi musicisti, esperti della materia, intellettuali. Tuttavia va anche detto che ovunque ha avuto modo di arrivare, di farsi conoscere, è stato subito amato da tutti, per la sua purezza, la sua onestà intellettuale di ragazzo semplice, di periferia. Sarebbe piaciuto a Pasolini, perché anche lui come il poeta ucciso all’idroscalo di Fiumicino, sapeva cogliere la bellezza al di là delle apparenze e trasformare la verità in arte.
Forse per questo era anche poco incline ad adattarsi alle strategie del nostro mondo, cosiddetto “civile” dove la carriera, il successo divengono valori assoluti e le contraddizioni, le iniquità passano in secondo piano. La dimensione immediata e tragica della periferia, con le sue microstorie, le sue mitologie, gli scherzi coloriti, la fierezza fino all’autolesionismo, erano profondamente interiorizzate in lui e davano senso alla sua musica, un senso che si poteva cogliere istantaneamente, senza alcuno sforzo di natura intellettuale, malgrado la complessità del linguaggio in atto.
Un personaggio sicuramente unico, tuttavia allo stesso tempo anche universale, nel quale tutti noi possiamo, almeno in parte riconoscerci.
Quanti musicisti, diversi nel temperamento e nelle scelte, hanno la stessa purezza, la stessa passione per la verità? Quanti l’hanno avuta almeno in un periodo anche breve della loro vita? Personalmente credo molti. E quanti soffrono per ciò che feriva anche lui, come ragazzo di periferia, ragazzo dell’ Out Side, di quel mondo trascurato, ignorato, che non ha mai pari opportunità, anche se ipocritamente a volte gli si accordano a parole vaghi diritti? Quanti musicisti vivono nei microcosmi di questi Out Side infiniti, che sono gli agglomerati urbani, viali polverosi e lontani dai fasti di quei quartieri alti, che col tempo sono divenuti ancora più alti?
Le capitali, con l’odierna globalizzazione e sotto l’influsso delle ideologie mediatiche, sono sempre più i luoghi del potere, dove si inchioda il più debole al ruolo di consumatore e solo a pochi viene consentito l’esercizio della creatività:
Nel mondo di oggi o si è dentro o si è fuori, emarginato tra gli emarginati, out. Se non sei quotato in borsa sei out, se non hai qualcuno che ti apre la strada e garantisce per te, sei out, se non hai le chiavi giuste sei out. Teoricamente potresti fare bella musica nell’Out Side, nella tua Soweto, nelle strade, nelle cantine della tua periferia. Ma è ancora possibile almeno questo? Scrivere col tuo sudore la storia di quell’Underground che diverrà abusata etichetta di cui fregiarsi, nonché fortuna per altri? Essere musicisti “dilettanti”, perché quello che riesci a guadagnare con la musica non è pari ad uno stipendio, perché il tuo nome non compare sui giornali o perché non vai in televisione? Esistono ancora questi spazi, questa dimensione sociale minima della musica oppure burocrazia, tassazioni varie e la disattenzione della gente, risucchiata suo malgrado ormai solo da ciò che è plateale e all’insegna di grandi numeri, hanno fatto piazza pulita?
A tutti i Massimo Urbani del mondo, che vivono la musica come arte, ma anche a tutti coloro che credono nella musica come bellezza, comunicazione, sarebbe giusto offrire luoghi dove questa espressione e al tempo stesso umana risorsa, possa trovare condizioni di anche essenziale rappresentazione. Ogni progettualità ha bisogno di ancorarsi ad anche piccole certezze e sono proprio queste certezze a scarseggiare, nella nostra società ipergarantista ed ipertecnologica.
Fino a trenta, quaranta anni fa era semplice dar vita ad iniziative culturali, attrezzando piccoli spazi. I prezzi delle locazioni e leggi poco articolate consentivano margini di azione a chiunque fosse animato da intenti aggregativi ed avesse spirito di iniziativa. Oggi la realtà è molto cambiata. La crisi delle locazioni, leggi restrittive, permessi e tassazioni vessatorie, nate per contenere l’inflazione di attività commerciali spesso finanziariamente solide, ma prive di contenuti culturali hanno di fatto schiacciato ogni possibile forma di gestione indipendente della cultura.
Solo chi gode dell’appoggio di partiti politici, può ancora intraprendere qualche iniziativa, comunque soggetta alle leggi della politica stessa e dunque finalizzata, in ultima analisi, all’agonismo elettorale, con tutto ciò che questa premessa comporta, nel bene e nel male.
Il nostro mondo, che si offre mediaticamente a livello ormai planetario come modello di civiltà, si autolegittima ostentando le proprie tradizioni di sapere. Tuttavia queste tradizioni sono destinate, come di fatto sta accadendo, a scomparire, se non si avrà anche a cuore la sorte di quel substrato umano che storicamente le ha prodotte, esseri umani con il loro bagaglio di aspirazioni e fragilità, che hanno potuto operare in un contesto dove l’iniziativa era ancora alla portata del libero pensiero.
Nella Roma degli anni ’60 il jazz lo si suonava a volte in ristoranti caratteristici; il mio amico Gianni Foccià, storico contrabbassista romano, mi racconta spesso del suo sestetto con Gato Barbieri, intento a suonare tutte le sere in uno dei ristoranti più tipicamente romani. Sarebbe interessante un giorno narrare queste storie. Poi c’era il luogo underground che tutti abbiamo forse in qualche modo conosciuto, chi direttamente, chi per sentito dire, il mitico Folkstudio dell’altrettanto mitico Cesaroni. Lì i jazzisti si avvicendavano ai folksingers; dall’afroamericano Harold Bradley che raccontava la storia della sua gente fin dai tempi della schiavitù, al giovane Bob Dylan, on the road, all’alba del suo successo. La musica la si ascoltava non davanti ad un piatto di spaghetti, come nei jazz restaurant, bensì seduti su panche di legno. Poi a cavallo tra gli anni ’60 e 70 fu inaugurato il primo dei nuovi spazi che di lì a poco saranno aperti per il jazz: il Music Inn, ad opera del batterista Pepito Pignatelli; anche lì sedili durissimi, inamovibili e il bar separato dalla sala della musica.
L’idea del jazz club tuttavia cominciava a piacere. Scrittori, cineasti, intellettuali di vario genere frequentavano questi spazi e questo incoraggiava ad aprirne di nuovi. Da qui si giunse nel giro di pochi anni, ad una autentica fioritura, che però vedeva il modello di club per molti aspetti cambiato. Il primo a rappresentare questo nuovo modello fu, intorno alla metà degli anni ’70, il Saint Louis.
La nuova tendenza puntava sul potenziamento della somministrazione di bevande e cibi allettanti, nonché, ad imitazione di quanto fatto con la Scuola di Musica di Testaccio, sulla creazione di una scuola di musica ad indirizzo jazzistico. Nel bene e nel male il jazz ed il business iniziavano ad incontrarsi.
In pochi anni si arrivò all’inflazione. La cultura spesso a cuor leggero delle estati romane e spettacoli dove il velleitarismo prendeva a volte il sopravvento sull’accuratezza della preparazione, portarono un graduale allontanamento del pubblico dall’impegno. Al tempo stesso, con operazioni quali Umbria Jazz, si riciclava la formula del megaraduno di giovani, proponendo i jazzman nel ruolo di star precedentemente riservato a nomi del rock, ora appannati. Questo poteva avvenire perché il motore erano le nuove ideologie politiche legate alla cultura giovanile. Il ’68, moralista ed ispirato al sindacalismo, si apprestava a partorire il ’77, trasgressivo e all’occorrenza violento.
Da parte dei giovani le star del rock erano viste come imborghesite e la voglia di ritrovarsi nei megaraduni, ancora tanta. Nel jazz gli echi del free non erano ancora perduti, era il momento del ritorno all’Africa, anche nei modi di vestire, copricapi, pettinature. Tutte cose che affascinavano i ragazzi. Poi Miles Davis aveva inventato già da alcuni anni il Jazz Rock e l’esperimento era molto piaciuto a quel pubblico giovanile che del rock amava più le performances degli strumentisti che quelle dei cantanti. Insomma l’esperimento di produrre spettacoli jazz con la formula del rock, fatta di grandi palchi all’aperto, riuscì, anche se, com’era prevedibile viste le premesse, l’impeccabile orchestra di Count Basie fu accolta freddamente e con disattenzione, mentre Sam Rivers fu acclamato alla stregua di un profeta.
L’escalation che proseguì fino alla fine degli anni ’70, portò al rigetto della componente ispirata alla politica, vista troppo vicina al clima rovente di quelli che abbiamo poi definito “anni di piombo”.
A quel punto, sciolto da ogni retaggio di tradizione e di moralità, il business poteva espandersi in modo incontrollato e gestire nelle modalità di quello che fu chiamato “il riflusso”, la produzione di ogni tipo di spettacolo, compreso appunto il jazz. Gli anni ’80, per l’autonomia dell’artista rappresentano un passo indietro; se l’artista degli anni di piombo doveva rendere conto ad un pubblico capellone delle sue idee politiche, quello degli anni ottanta deve garantire sicuri proventi di botteghino, altrimenti è subito scartato. Lo sforzo imprenditoriale viene minimizzato a detrimento della creatività e della libertà di pensiero.Violenza politica e sperimentazione selvaggia, sono spesso addotti come cause di questa palude in cui viene ad insabbiarsi il fervore che aveva caratterizzato gli anni precedenti.
Dove erano finiti i romanzi di Keruac, gli assoli di Charlie Parker, la voce sensuale e sofferta di Billie Holiday? Certo, questo fascinoso passato poteva essere ancora rivisitato, a patto però che fosse confezionato in maniera da attrarre il pubblico, vendere molte birre e fare molti soldi.
I locali cult degli anni ’80 sono dunque molto grandi, spesso ipertecnologici, con luci da discoteca, maxischermi; meglio ancora se sono multisala, con annessa proprio la discoteca, sic et sempliciter! La somministrazione è potenziata a livelli estremi soprattutto per il bere; si punta su costose birre per intenditori, coktail esclusivi. E la musica? Deve “fare scena”, riempire il palco; o gruppi numerosi a buon prezzo, oppure nomi giudicati importanti, che portano pubblico sicuro. Questi sono gli anni ’80. Non a caso è proprio in questi anni che tra i giovani lo spinello viene ad essere sostituito dai superalcolici e dalla cocaina, ora a prezzi abbordabili e spacciata su vasta scala.
Lo scenario che si è aperto negli anni ’80, non è cambiato; contrariamente ai periodi che lo hanno preceduto, si è rivelato stabile. Il sopravvento di un’economia e di una politica culturale a misura di chi può mettere in gioco maggiori risorse e mirata a scoraggiare modelli alternativi, ha determinato la fine di quel substrato di piccoli spazi, con bassi costi di gestione, che avevano consentito lo sviluppo della cultura musicale precedente. Forse tra continui cambi di gestione e contraddizioni, un certo numero di luoghi dove il libero pensiero può manifestarsi esistono ancora, ma divengono sempre meno numerosi, più fragili, più evanescenti.

Contromisure

L’idea a cui si vorrebbe dar corpo, per ideare adeguate contromisure a tutto ciò, è quella di una sorta di memoria storica, di domicilio artistico, di luogo collettivo e condiviso, gestito direttamente dai musicisti, animato da intenti morali ed estraneo alla logica del business e della competizione.
I valori a cui l’Associazione Massimo Urbani dovrebbe ispirarsi non sono a mio avviso compatibili con la selezione e l’esclusione, Abbiamo tutti credo, sufficiente fiducia nel genere umano per ritenere possibili gli equilibri naturali che in questa sede si auspicano. Eventuali falsità rimarrebbero casi isolati, la cui prevenzione non può essere barattata con chiusure e corporativismo; non facciamo professioni sanitarie, che mettono in pericolo la salute della gente. Inoltre le attività legate alla musica hanno già fin troppi filtri che la nostra legittimazione non ha il potere di attenuare.
Il punto di partenza per conferire senso ad una realtà associativa e progettuale parte a mio avviso, dall’iniziativa dell’archivio multimediale di cui si è spesso parlato, destinato ad ampliarsi fino a divenire memoria storica epocale, della quale Massimo Urbani è rappresentante.
Altro obiettivo di pari importanza è il monitoraggio della realtà musicale attuale, che inizialmente può anche essere limitato ad una città assunta come campione, ad esempio Roma.
Sia per questo importante progetto che è l’archivio, dunque non solo centrato su Massimo Urbani in prima persona, ma anche sul contesto straordinario e per certi aspetti, irripetibile nel quale operò, che per il censimento di chi vive la musica con la sua stessa totale quanto pura dedizione, un ruolo importante è svolto dalle modalità di comunicazione che debbono instaurarsi tra l’associazione e l’universo dei musicisti. Nell’ottimizzazione di questa comunicazione risiede non solo il successo, ma anche il senso di ogni possibile iniziativa.
Un ruolo fondamentale a questo proposito è ovviamente rivestito da sito on line dell’associazione, tramite il quale possono essere raccolte sia le schede di adesione dei soci che altro materiale avente carattere informativo.
Fin da questa fase, oltre alle schede gli aderenti potrebbero iniziare a depositare proprie biografie artistiche. Per chi ha difficoltà a compilarne (cosa più frequente di quanto si pensi) l’associazione potrà offrire come primo servizio, assistenza in merito (mi offro come volontario!). In base all’analisi di tali schede sarà possibile ricostruire la storia e delineare il pensiero e le tipologie dei musicisti che come Massimo Urbani hanno partecipato al movimento collettivo di rinnovamento musicale e culturale.
La successiva analisi di quanto acquisito, potrà a ragion veduta mettere in luce i nodi problematici da sciogliere e porsi, perché no? di supporto all’opera di chi è chiamato a legiferare.
Come tuttavia incidere nella realtà? Come dare compattezza e volume alla voce dei musicisti?
In questa fase alcuni di noi possono elaborare possibili soluzioni o contromisure circa le problematiche individuate ed avviarne la discussione e la stesura progettuale per renderle operative.
Successivamente, individuati i referenti istituzionali, sarà necessario produrre documentazioni, richieste formali e materiale accessorio di vario genere, per dar vita ai percorsi risolutivi dei vari problemi focalizzati.
Ma quali sono i musicisti di oggi pronti a raccogliere l’eredità spirituale di Massimo Urbani? Quali elementi caratterizzano la loro vita reale e professionale? A quali contesti è legata la loro sopravvivenza?
Da quando la cultura giovanile e l’avvento delle nuove tecnologie hanno trasformato la fruizione della musica in un universo fatto di grandi numeri, l’arcaica organizzazione delle attività di chi si dedica a quest’arte appare sempre più inadeguata.
Divertente è la divisione che presso l’Ufficio di collocamento si fa intorno alla figura del musicista, che può essere “Musicante” o Professore, se diplomato al conservatorio. Il termine professore dal canto suo, in musica assume valenze assai diverse; vi sono professori d’orchestra, insegnanti a vari livelli. Poi c’è il titolo di Maestro, riservato preferibilmente a direttori, compositori o anche solisti di rilievo. Il musicista per sua natura si presenta dunque come una figura professionale estremamente variegata e questo può nuocere alla compattezza ed alimentare corporativismi.
Quasi totalmente onnipresente è tuttavia la coesistenza di attività relative al “fare musica”, affiancate all’insegnamento, anche se vi sono molti casi in cui è praticata solo una delle due attività. Ad aggravare la situazione contribuiscono sia il fatto che la musica sia mondialmente divisa in stili spesso in conflitto fra loro, sia lo status individuale dei singoli musicisti che si presenta diversificato in maniera estrema, non solo in virtù del potere e/o del prestigio personali, ma anche della sopracitata molteplicità dei ruoli possibili.
L’organizzazione attuale vede in generale la figura del musicista smembrata e ricondotta, a seconda delle modalità con le quali il soggetto si garantisce un reddito, ad altri ambiti professionali generici gia esistenti. A tali ambiti corrispondono gli enti previdenziali ed i sindacati “di categoria”.
Vi sono dunque giganteschi contenitori che prevedono attività e sbocchi occupazionali diversi.
A grandi linee possiamo distinguerne quattro e precisamente i seguenti:
1) Il mondo dello spettacolo inteso come lavoro, al quale il musicista artista talvolta si avvicina per necessità.
2) Il mondo dello spettacolo inteso come libere attività, verso il quale proietta le proprie motivazioni artistiche.
3) Per chi ha i titoli di accesso, l’insegnamento generico, statale, che può rappresentare una fonte di reddito sicuro anche se poco confacente alle proprie ambizioni.
4) L’insegnamento in conservatori o scuole specifiche, per lo più private e dunque in condizioni di precariato ma più gratificante perché più consono alle proprie competenze.
5) Lavori extramusicali, preferibilmente periodici, secondo i dettami della filosofia hippie, ma in ultima analisi anche definitivi, pur a malincuore!
In ciascuno di questi contenitori sono possibili numerose opzioni, con variabilità estrema, per ciò che riguarda lo sia lo status socioeconomico che culturale (non necessariamente in armonia fra loro) di chi vi opera, con conseguente estrema disomogeneità.
Altra fonte di equivoci è dovuta alla presenza di una diffusa ambiguità, per cui soprattutto nelle fasce più deboli, vista la precarietà della condizione in cui si versa, ogni soggetto tende a rendere duttile la propria maniera di proporsi, in modo da poter beneficiare di ogni possibile opzione lavorativa. Arte ed intrattenimento, così come passione e lavoro si mischiano dunque frequentemente, pronte a stemperarsi reciprocamente in alchimie a volte indecifrabili e segrete.
A volte il contesto al quale si ambisce appartenere, diviene una “postazione”oltre che appetibile, imperdibile, in una guerra senza esclusione di colpi e fatta forse e soprattutto, con le strategie. La competizione tra musicisti nasce dalla condizione tipica delle guerre tra poveri ed anche quando non sussiste povertà, resta come retaggio culturale. E’ forse una piaga che può essere curata ma difficilmente sanata ed anche questo non giova alla compattezza.
Inoltre sotto il profilo sindacale la classica divisione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo viene a cadere, in quanto il “musicista” tende a proporsi nell’una o nell’altra veste a seconda della “postazione” che vuole di volta in volta occupare per garantirsi la sopravvivenza.
A queste ambiguità di fondo che caratterizzano la categoria, se ne aggiungono altre più recenti, dovute all’attuale contesto epocale che vede le operazioni culturali sempre più supportate dalla politica e dal sostegno con fondi pubblici.
Viene dunque a cadere anche l’altra storica divisione fra il lavoro finanziato con fondi pubblici e quello che si rende possibile grazie alle risorse di privati, in quanto la maggior parte delle attività di un certo rilievo che ruotano intorno alla musica, sono create e gestite da enti privati, associazioni ed organismi di varia natura, che hanno tuttavia accesso a fondi statali.
Ne consegue che prevedibilmente trovino realizzazione non necessariamente quelle realtà e quei progetti qualitativamente più elevati, bensì quelli meglio sostenuti politicamente.
Inoltre l’avvicendarsi degli schieramenti opposti al potere fa sì che solo i gruppi più potenti, capaci di risorse anche politicamente trasversali, possano godere con una certa continuità degli spazi e del sostegno acquisito.
La conseguenza di ciò è il determinarsi di meccanismi di tipo clientelare. Intorno a queste “cordate”, si raggruppano infatti folte schiere di musicisti conosciuti e dietro a questi inevitabilmente finiscono per accodarsi anche gli outsiders, nella speranza di entrare in rapporto con i leaders e, tramite questi, con ambienti di lavoro. Questo meccanismo enfatizza il potere di alcuni, che si trovano a dettare in qualche modo le regole del gioco per tutti, senza confrontarsi con le problematiche della maggioranza e sulla scia del tornaconto personale.
Per finire, nella nostra società tutta all’insegna dell’immagine, la musica è particolarmente soggetta alla manipolazione che avviene della cultura a fini propagandistici ed elettorali. Tale demagogia punta su eventi faraonici, autocelebrativi per il potere e per pochi accoliti.
Alla base di queste politiche culturali regna incontrastata l’astratta convinzione che sia possibile difendere un patrimonio di sapere, non collegandolo alle persone fisiche che lo creano e lo sostengono, bensì ai grandi numeri degli ipotetici fruitori. La progettualità converge dunque inevitabilmente verso il consolidato o quantomeno ciò che trova appoggio in una qualche tendenza. Così quando si parla di destinare fondi, l’operato dei valenti quanto misconosciuti musicisti di base appare inadeguato, a vantaggio di tutto ciò che può essere gestito, coinvolgendo dunque immancabilmente nomi e luoghi “di rilievo”, richiamandosi a temi abusati ma sempre “in voga”, nonché alle varie ideologie, giovaniliste, mediatiche, politichesi ed altre ancora in tutte le loro variegate sfaccettature.
Mai come in questa epoca l’opera di chi anticipa i tempi si rivelò più ardua!
In questo megacontesto di totale disomogeneità, i pregi della diversità, che sono alla base dell’evoluzione umana in generale e non solo dell’arte, non possono essere che misconosciuti.
In queste condizioni l’universo umano, dove può, si struttura in ambienti relazionali chiusi, caratterizzati da elevata competizione, nei quali la diversità non è ammessa e dove vige al contrario, l’omologazione. Ambienti dove si è spinti a coltivare solo quelle sinergie basate sullo scambio di favori reso possibile dalle oligarchie di potere.
Dunque prima ancora di essere artisti ed operatori culturali, si è inevitabilmente “milizie”, gruppi nei quali, come in ogni contesto di guerra, ogni manifestazione di libero pensiero viene vista con sospetto e penalizzata. Contrariamente alla visione romantica che spesso ingenuamente si ha, gerarchie, pragmatismo, visione corporativa caratterizzano dunque gli ambienti nei quali l’artista si trova ad operare.
Così nell’apparente non belligeranza, frutto di patti sommersi ed intimidazioni, si “lottizzano” tra pochi i territori dell’arte e del pensiero:
A questi mali che sembrano tali da travolgere ogni buona intenzione, in questa sede si vorrebbe e forse si potrebbe porre rimedio (!)
Cari saluti, fino al prossimo aggiornamento,
Francesco Di Giovanni