Associazione Massimo Urbani

SOGGETTI CULTURALI O CONSUMATORI?
(Paolo Farinelli giugno 2007)

E’ sufficiente usare l’indice del numero di spettatori per valutare la riuscita di un evento sul piano culturale? Biglietti strappati e spettacoli prodotti sono fra le voci preferite negli studi di settore che riguardano lo spettacolo e vengono normalmente usati per sondare lo “stato di salute” della cultura musicale, in un coro che accorpa le voci di politici, discografici e analisti.
Ma quale cultura prospetta una analisi di questo tipo?
La sempre minore diffusione della pratica musicale ha trasformato la fruizione della musica da esperienza collettiva a consumo del prodotto culturale. La memoria corporea di una danza o di una musica fatta in famiglia o a scuola o con gli amici in gioventù produce adulti capaci di entrare in relazione fra di loro attraverso la musica sentendosene parte. Come persone.
Gli eventi culturali che proponiamo sono rivolti a soggetti culturali o non stiamo semplicemente riducendo l’individuo al suo ruolo di consumatore?
Un consumatore esige prodotto di qualità a fronte di una spesa. Ma una operazione culturale deve necessariamente trascendere questo aspetto. Per determinare il successo di una operazione culturale noi ci dobbiamo chiedere che cosa è necessario perché la condivisione dei contenuti espressi in un prodotto culturale si possa realizzare. Per fare un esempio, basti pensare ad un gruppo di ragazzi che canta chitarra alla mano: contenuti elementari ma fortemente condivisi perché le persone coinvolte in quella attività ne sono parte integrante e ne escono attivate come soggetti.
Viceversa se coltiviamo continuamente la musica come esperienza privata attraverso i cd senza esporci alla responsabilità di partecipare ad un evento la nostra capacità di attivarci come persona
diventa sempre più debole fino al punto che un evento dal vivo ci stimola solo nella misura in cui ci rievoca l’intimità dell’ascolto privato, fatto sui dischi , fatti da altri, in un altro luogo e in un altro tempo. Lungi dal sottovalutare l’immenso valore del disco come mezzo di diffusione e di documentazione, non possiamo però rinunciare al “qui ed ora” portato dalla musica perciò dobbiamo renderci conto che il nostro apparato cognitivo può essere viziato dai mezzi tecnologici e reso sempre più inefficiente alla vera comunicazione culturale.
In tutte le direzioni oggi possiamo vedere un recupero delle feste popolari, delle attività musicali di base e delle forme partecipative più elementari. Modernamente non si può che andare in questa direzione proprio per dare più forza alle attività “alte” e ai punti di eccellenza.
Alla luce di queste considerazioni, ha ancora un senso spendere i soldi della cultura per collezionare biglietti venduti o numero di spettacoli prodotti?